Cartoline dal Passato - Bonatti, il cavaliere errante
LA CARTOLINA
Di: Augusto Frasca
Moriva 10 anni
fa lo scalatore–mito
ignorato a lungo
come protagonista
della conquista del K2.
Moriva 10 anni fa lo scalatore–mito, ignorato a lungo come protagonista della conquista del K2. Restano le cronache, le testimonianze, le memorie, le
scritture, le ceneri nel piccolo cimitero di Porto Venere, le vie e le pareti a suo nome, le migliaia di reperti che mani attente, giorno dopo giorno, toccano ed archiviano, a fianco della Chiesa dei Cappuccini sulla prima collina torinese nella solennità del Museo della montagna titolato a quel grande Italiano che fu il Duca degli Abruzzi.

In quel settembre del 2011, quando Walter Bonatti, ottantunenne, abbandonò il mondo dei vivi, alto s'elevò il necrologio per il cavaliere errante che, diciannovenne, aveva abbandonato la quotidianità borghese di un impiego per abbracciare un'esistenza che si sarebbe nutrita di un gesto reso nobile dalla costante immanenza del rischio, terribile, implacabile placenta pronta a punire, nella solitudine dello spirito, chiunque manchi di rispetto alle leggi di natura.
Anni dopo, nel febbraio del 1965 – inseguito dalla celebrità conquistata sul Grand Capucin, sul Petit Dru,
sul Gasherbrum IV, sulle rocce del Pilier d'Angle nelle stesse ore in cui nell'Oberland bernese, nell'agosto del 1957, nelle terrificanti concavità dell'Eiger, si consumava il dramma di Stefano Longhi, di Gunther Nothdurft, di Franz Mayer e di Claudio Corti – al termine del riuscito tentativo di aprire una nuova via invernale sul Cervino, Bonatti lasciò con lucidità il suo testamento: <<Quel giorno compresi che sulle montagne non avrei potuto fare di più, salvo accettare le tecniche e gli strumenti che avevo sempre rifiutato>>.

Da allora, novello Achab, la sua vita si aprì ad un interminabile caleidoscopio di esplorazioni, traversando per quindici stagioni territori e continenti, toccando terre descritte da Melville, Defoe, Cechov e Stevenson e
lasciando traccia delle sue avventure, con l'aiuto dell'obbiettivo fotografico, sulle pagine di Epoca e di numerose pubblicazioni. In tanti anni, una linea d'ombra lunga mezzo secolo.

Fu quando nel 1954, tra acide rivalità, venne volutamente ignorato nel rapporto ufficiale il suo ruolo fondamentale nel successo della spedizione italiana sul K2. Gli fu infine riconosciuto, nero su bianco, nel 2004. Incomprensibile nella sua pigrizia morale, quel riconoscimento accompagnò tuttavia l'ultima esistenza di un personaggio che, come altri grandi nella storia dell'alpinismo, aveva trovato la propria misura umana guardando alle montagne come un infinito da affrontare.