"Lettera Aperta" a chi ha scarsa coscienza...
LA LETTERA
Dobbiamo sentirci
tutti coinvolti nei confronti
delle persone disabili
non solo per solidarietà,
ma anche per quel senso
di uguaglianza
che determina e giustifica
l’esistenza dell’essere.
Di: Ernesto Bodini
Mi rivolgo a voi tutti, amministratori pubblici e privati, responsabili e irresponsabili (direttamente o indirettamente), politici attivi e non, altruisti ed egoisti, etici e non etici, per sottoporre alla vostra coscienza l’umanissima realtà dell’handicap, da ri-vedersi nell’ottica della cultura e del diritto.
Anzitutto vi rammento che non esiste una testimonianza storica sul problema delle persone disabili come realtà sociale e giuridica, ma solo alcune fonti relative a periodi e a civiltà diverse.

Tali ricorrenze sono nate per mettere in risalto la situazione di molte persone meno fortunate (circa il 15% della
popolazione mondiale, di cui 50 milioni in Europa e circa 3 milioni in Italia) con problemi di diversa natura fisica, psichica e sensoriale, alle quali non si deve precludere alcun diritto, oltre che considerarle nella loro interezza, tenendo conto di tutti gli aspetti del loro sviluppo fisico e psichico. Purtroppo devo rilevare e sottoporre alla vostra coscienza che a tutt’oggi queste iniziative istituzionali hanno costituito in buona parte solo lo spunto per petizioni di principio, senza possibilità di ben più costose concretizzazioni. In partenza gli obiettivi comprendevano anche i programmi per la loro realizzazione, individuale e collettiva, incluse le molteplici cause che determinano le rispettive disabilità fisiche e/o psicofisiche, ma anche i fattori socio-economici e culturali: famiglia, casa, lavoro, scuola, sussidi, assistenza, etc.; tutti aspetti che hanno trovato ben poca consistenza, come ad esempio la collocazione al lavoro, l’insegnamento scolastico, il sostegno psicofisico e strumentale, l’autonomia e via di questo passo.


La condizione di handicap, quindi di svantaggio, è qualcosa che si evidenzia fra l’individuo e la società circostante e proprio perché tale ambiente non è
adatto alle necessità di tutti è la società stessa che dovrebbe adeguarsi (e non il contrario…). A questo proposito mi sovviene qualche caso conosciuto di disabili con diritto a una collocazione lavorativa in enti pubblici (e anche privati). Ebbene, per il solo fatto che gli stessi avevano qualche limitazione, come il “lento adattamento” e la “non immediata” comprensione nell’espletare una certa mansione, non avevano superato il cosiddetto periodo di prova ed erano stati licenziati, senza la possibilità di essere collocati altrove. Molte persone disabili hanno delle discrete capacità residue e buona volontà, ma se non si ha coscienza e pazienza nell’insegnare loro come inserirsi nel mondo del lavoro, ne diventa inevitabile la “estromissione”, anche dal tessuto sociale, con le conseguenze che è facile immaginare.
