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BUONA LETTURA

Il posto... il momento... il modo...

 
di: Ferdinando Garetto - Monica Seminara - Barbara Barolo
 Progetto “OLTRE” 2016 - G.I.T.R. Onlus - Fondazione FARO Onlus 

 
Anche
in Pronto Soccorso,
i piccoli “miracoli”
possono avvenire quando
“scienza e coscienza”
lavorano insieme.
 
Il primo pensiero di fronte alla descrizione drammatica della morte di un malato di cancro dopo 56 ore di ricovero in un Pronto Soccorso romano è senza dubbio che lo sventurato paziente ha trascorso gli ultimi due giorni e mezzo della sua vita nel posto sbagliato (una barella di un sovraccarico Pronto Soccorso), nel momento sbagliato (quello in cui sarebbe più dignitoso essere a casa propria, in un Hospice, o almeno in un vero letto di una stanza d’ospedale), nel modo sbagliato (da quanto si legge nelle dichiarazioni del figlio, praticamente senza assistenza).

Una notizia che ha fatto rumore, come spesso capita a proposito dei temi di fine della vita su cui periodicamente si accendono i riflettori e per cui si alzano le grida di denuncia...Poi, spesso, tutto ripiomba in un triste silenzio.

Certamente sarebbe stato meglio se ben prima dell’urgenza fosse stato attivato un servizio di cure palliative; se tempestivamente, magari in un precedente ricovero ospedaliero, fosse stato proposto l’Hospice; se durante il decorso della malattia i familiari fossero stati correttamente informati delle prospettive prognostiche e dell’inutilità di trattamenti di “emergenza” nella fase terminale.

Se ... se ... se... Ma di fatto, purtroppo, questo non sempre avviene. Ed i malati continuano ad arrivare “a morire in un Pronto Soccorso”. Niente da fare, quindi? O solo aspettare tempi migliori ed una maturazione della società?

No: anche in un pronto soccorso “si può fare qualcosa”. A volte gesti piccolissimi, a volte un’attenzione ad un particolare, spesso un attento gioco di squadra da parte di operatori formati anche a questi momenti difficili di dolore e sgomento.

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L’argento di Daniele Lupo alle Olimpiadi di Rio

 
Un’altra battaglia vinta
contro il Grande Nemico
 
Di: Michele FENU
 
Lo sport ci ha regalato in agosto un’altra bella storia che ha fatto il giro del mondo. Non solo per la medaglia d’argento conquistata nelle Olimpiadi di Rio nel beach volley da Daniele Lupo e Paolo Nicolai, ma anche e soprattutto per il coraggio che ha guidato Lupo. E già, perché il giovane azzurro (25 anni, romano di Fregene) prima della medaglia ha vinto una ben più importante battaglia, quella contro il Grande Nemico. <Ho avuto molta paura, ma non mi sono arreso e l’aver sconfitto il cancro mi ha dato una forza incredibile>.

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Terapia Polifarmacologica: arma a doppio taglio

Assumere disordinatamente
un elevato numero di farmaci
può essere pericoloso.
Tra medici e pazienti
è indispensabile un rapporto
di assoluta fiducia.
 
Ecco le regole da seguire

Di: Alessandro Comandone
 
Per Terapia Polifarmacologia si intende l’assunzione contemporanea o nell’arco di 24 ore di un numero elevato di farmaci (per convenzione più di tre) anche in tempi diversi come trattamento per patologie concomitanti.
Durante i trattamenti oncologici, siano essi chemioterapia, ormonoterapia, terapie con farmaci a bersaglio molecolare o immunoterapia, è comune  il verificarsi di una situazione di  “POLIFARMACOLOGIA”.
Il problema si rende più acuto nel paziente anziano che già di base assume numerosi farmaci da tempo e generalmente prima della diagnosi di malattia oncologica per problemi intercorrenti e indipendenti quali  ipertensione, cardiopatia, diabete, asma, dolori artrosici, osteoporosi, ipertrofia prostatica, etc.
Uno studio danese del 2012 con dati desunti dal registro nazionale sulle prescrizioni (unico Paese al mondo che abbia tale servizio) ci rivelò che tra il 1996 e il 2012 il  35% dei pazienti in cura per problemi oncologici assumeva più di 5 farmaci al giorno e che il loro numero aumentava con l’età. Negli ultrasettantenni la percentuale di Terapia Polifarmacologica superava nettamente  il 40%.
 
Non è infrequente che un paziente giunga ad osservazione dell’Oncologo con una terapia già in atto da mesi o addirittura da anni con 5-6 o, più raramente, oltre 10 farmaci al giorno per le patologie concomitanti o preesistenti.
A questa terapia consolidata si sovrappone e si aggiunge quella antitumorale che l’Oncologo prescrive. Inoltre vanno aggiunti i farmaci della terapia di supporto (antinausea, antidolorifici, vitaminici, cortisone, lassativi) per ovviare ai sintomi correlati alla malattia o alle misure antitumorali.
Non scordiamoci poi che molte persone, talora all’insaputa del medico, assumono  farmaci alternativi o non ufficiali di cui non si dà notizia per timore di essere rimproverati dall’Oncologo.
Tale omissione o silenzio  si giustifica dicendo “tanto non sono medicine”, ma ci si dimentica che per definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è farmaco tutto quello che entrando nel nostro corpo interagisce con i sistemi biologici causando cambiamenti nella biochimica dell’organismo stesso.
Il rischio è che la Terapia Polifarmacologica porti ad assumere 10-15 molecole diverse ogni giorno anche per lunghi periodi di tempo.
Due domande sono d’obbligo: come  riesce l’organismo a sopportare un tale carico di sostanze estranee all’omeostasi dei propri tessuti? E in secondo luogo: quale genere di interazioni si vengono a creare nel fegato, nei reni, nel plasma in conseguenza di questa situazione?

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Tra Sfiducia e Disorientamenti, le cure in ambito Oncologico

 
 
Il rispetto delle cure
in oncologia è vitale,
non facciamoci confondere
dalle informazioni di Internet.
E attenti agli pseudo maghi !!!
 
Di: Ernesto Bodini
Addetto Stampa GITR-GPS
 
È soprattutto in ambito medico e sanitario che la cronaca dà largo rilievo a notizie di fatti e circostanze in cui l’elemento “trainante” è spesso la malattia oncologica e con essa le terapie possibili e… impossibili. Per possibili intendiamo quelle tradizionali, ovvero chemioterapia, radioterapia, cobaltoterapia, etc., somministrate in vari modi e dosaggi; mentre per “impossibili” intendiamo tutte quelle che rientrano nelle cosiddette medicine alternative, ancorché integrate da quelle prodotte con vari metodi che stanno tra il naturale e il non naturale… E anche tra il fantastico e il pseudo miracoloso.

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La "Fatigue" solo stanchezza?

 
Analizziamo un problema che complica la vita dei malati oncologici <Fatigue>, se l’energia ci abbandona.
È il termine che in medicina indica quel senso di spossatezza che coglie i pazienti. Non è assimilabile alla stanchezza di un soggetto sano dopo attività fisiche intense. Nasce dalla neoplasia e dai trattamenti per combatterla. Indispensabile una strategia terapeutica di ampia portata
 
Di: Davide Deangelis
DH Oncologia Medica
Humanitas Gradenigo - Torino
 
Uno dei sintomi più frequentemente riferiti dai pazienti affetti da tumore è sicuramente la stanchezza e tale termine, di uso assai comune, riconduce ad una radice latina da cui deriva il lemma “stagno”, cioè “acqua ferma”. In effetti, le descrizioni dei disturbi date dai pazienti durante i colloqui con i medici o gli infermieri, sfumano dalla spossatezza (etimologicamente, privazione di potere), allo sfinimento (aver raggiunto la fine, il limite), all'esaurimento (svuotarsi attingendo), alla consunzione (terminare). Tali definizioni dovrebbero essere più che sufficienti per rendere l'idea della sofferenza psicofisica che possono provare i malati oncologici.

Per senso di completezza, occorre precisare che in ambito medico-scientifico questo quadro morboso prende il nome di “fatigue” o, più dettagliatamente, di “astenia cancro correlata”. Quest'ultima espressione consente di chiarire meglio alcuni aspetti: innanzitutto, che la spiacevole sensazione vissuta dai pazienti, non è assimilabile alla fatica provata da un soggetto sano, in seguito ad attività o sforzo fisico intensi, perché non è sufficiente il riposo per recuperare la condizione di benessere e, in secondo luogo, che tale sintomatologia è contestuale alla patologia neoplastica, ossia può aumentare nella fase avanzata della malattia, così come persistere a distanza di anni, pur in caso di scomparsa della malattia originaria (disease free), e riguardare indistintamente il genere femminile e maschile.

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Uomini che hanno illuminato la medicina italiana

 
 
Angelino,
il professore-pioniere
che trasformò la cardiologia
in una scienza indipendente.
 
Di: Ernesto Bodini,
per gentile concessione
della rivista Cardio Piemonte
 
É ormai trascorso oltre un trentennio dalla scomparsa del prof. Pier Federico Angelino, illustre clinico e pioniere della Cardiologia piemontese e con notevoli riflessi sull’intero territorio nazionale. Tanti gli anni, ma non abbastanza per non rievocare la sua figura, e il suo operato, condiviso sino alla fine con il coetaneo prof. Angelo Actis Dato, pioniere della Cardiochirurgia che, insieme, diedero il massimo sviluppo delle due specialità tanto da siglare un’epoca… se non un’epopea.
 
Parlare ancora oggi del prof. Angelino non solo suscita emozione nei famigliari e in quanti l’hanno conosciuto, ma anche in tutti coloro che si avvicinano a questo importante settore della medicina. Perchè significa riferirsi agli inizi della Cardiologia Moderna, del pionierismo piemontese e italiano e, in particolare, delle indagini cardiologiche invasive, come pure della creazione del primo Centro di Emodinamica e di Cardiochirurgia in Italia. Il punto di partenza di un lungo e “sofferto” iter per riconoscere alla Cardiologia una propria autonomia, distaccandosi con dignità e rispetto dalla Medicina Generale.

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Promosso dal dottor Comandone
un importante convegno
sulla cardiopatia ischemica
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Giornata di approfondimento medico sui GIST
dedicata ai Pazienti presso la Fondazione IRCCS
Sono visionabili tutti i video del Convegno
 
Oggi scomparso, fu insigne clinico nell'ambito
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di Ernesto Bodini
 
Psiconcologia e tumori rari, come proteggere il malato.
di Monica Seminara
 
Nel Rapporto 2015 di AIRTUM-AIOM cifre preoccupanti.
Nel 2015 registrati 89.000 nuovi casi, 900.000 i pazienti in Italia.
Difficoltà di diagnosi e cure, le strade da seguire.
 
Necessaria una più stretta collaborazione tra le diverse figure
professionali della Sanità dopo la riclassificazione dei farmaci ex OSP 2.
 
di Sergio Sandrucci
La definizione di "tumore di origine sconosciuta" non si riferisce
a uno specifico tumore, ma alla situazione in cui si manifestano metastasi
senza che sia evidente l'organo da cui lo stesso tumore origina.
 
 

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    C’è un proverbio che suona così:
    <Non tutto quello che riluce è oro>
     
    Ma qualche volta il luccichio
    indica proprio il nobile metallo,
    almeno metaforicamente.
     
    Il Day Hospital di Oncologia
    dell'Ospedale Gradenigo
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