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Parlando di tutto...forse anche di sport

Voga e Nebbia

 
L'OPPORTUNITÀ
 
 
Si fatica meglio,
pensando a chi soffre.
 
Chi rema, chi corre
è un’individualità
che affronta la vita
in tutti i suoi momenti
con le proprie capacità,
sensibilità, intelligenza.

 

Di: Davide Deangelis
 
Nel proporre un articolo di argomento sportivo, il benevolo, ma incauto caporedattore, non poteva certo immaginare che ne avrei colgo l’occasione per una peregrinazione nei miei ricordi, traendone considerazioni assolutamente personali. A differenza degli altri miei scritti, di dubbio approfondimento scientifico, il presente non pretende neppure di assumere qualche intento didattico, ma soltanto didascalico…in fondo però l’etimologia dei due termini è la stessa! Per un ex agonista di tre sport di resistenza, che è giunto alle selezioni per le fasi finali dei rispetti campionati italiani, assaporando l’ebbrezza di una gara europea, parlare di sport equivale a passeggiare nel viale delle rimembranze, facendosi trasportare da un flusso di pensieri senza un ordine preciso, condotto soltanto dalla potenza delle emozioni provate. Per tale ragione non ne abbia a male il lettore, se avvertirà uno smarrimento maggiore di chi sfoglia le pagine di Miller, Joice o Proust, non solo per l’incapacità letteraria dello scrivente, ma anche perché i ricordi non affluiranno con chiarezza e imparzialità.
 
La nostra storia infatti non principia con il profumo delle madeleine, ma con l’intenso odore delle livide acque del Po nell’algida bruma di un’antelucana mattina d’inverno. Il fiume, seppur gelido, risulta meno glaciale della riva, sollevando un pulviscolo di fitta condensa che rende ostica la discesa delle barche, sorrette a forza di braccia, al pontile. Il crepitio delle assi percosse dal peso dei passi incerti dei canottieri si confondeva con lo scricchiolio degli scalmi su cui il ghiaccio della notte aveva cristallizzato. Le normali manovre di preparazione all’imbarco erano meno disinvolte del solito a causa del freddo e del buio di quel mattino. Eppure la prima sessione di allenamento della giornata era stata stabilita ad inizio settimana e la Circolo Armidasquadra agonistica sapeva quale programma l’attendesse: una serie di ripetute lunghe a fondo medio, con una progressione di colpi ogni minuto, per un totale di venti chilometri. Prepararsi per lavoro simile, aveva richiesto una prima colazione che Manzoni avrebbe definito degna delle nozze di Eliogabalo. Spremuta, yogurt con cereali e frutta secca, the verde con diverse fette di crostata e di pane integrale su cui spalmare crema di sesamo e miele. Oltre cinquecento calorie ingurgitate controvoglia per un allenamento che ne avrebbe bruciate quattro volte tanto. Essere un atleta è una fatica sotto tanti punti di vista: orari d’allenamento e di gara spesso inconciliabili con i propri impegni personali, né rispettosi del corretto ritmo circadiano e biologico; osservanza rigorosa di un regime alimentare che prevede delle restrizioni, quando non dei dichiarati divieti; dedizione e impegno sottoposti costantemente a valutazione altrui e una motivazione tenace e inscalfibile alle sconfitte o agli infortuni. E poi la sopportazione del dolore fisico.
 
Quella mattina, complice la durezza delle condizioni climatiche, superate solo dall’intensità dell’allenamento, l’elenco di coloro che lamentavano dorsalgie, nausea, crampi addominali, cefalee, artralgie varie e qualunque tipo di malessere annoverato nei manuali di patologia medica, era più lungo del solito. Il ritorno al circolo remiero era stato scandito da un profondo silenzio fastidiosamente interrotto da colpi di tosse stizzosi provocati dalla violenta escursione termica tra la rigidità della brezza e il calore dei corpi madidi di sudore. Nel riporre lassamente le barche nel deposito, i gesti erano lenti e il cammino esausto. L’umore migliorava con la stessa lentezza. Il pensiero del ristoro era l’unico conforto. Sapevamo però che sarebbe stato di breve durata, perché la settimana precedente il ritiro nazionale in quel di Piediluco, prevedeva una doppia sessione di allenamento, anche al pomeriggio. Avevamo tutto il tempo per rinvigorirci con una doccia calda e tornare alla nostra vita di tutti i giorni: chi in caserma, chi all’università. Non sapevamo chi fosse più fortunato. Probabilmente le brandine dell’esercito erano più comode dei banchi dell’università, ma le limitazioni al pensiero critico e l’obbedienza alle autorità sembravano a noi “intellettuali” un prezzo troppo alto. Tuttavia ci congedammo tutti dagli spogliatoi con l’aria mesta e rassegnata del deportato. Mi sovvennero tutte le possibili analogie semantiche che legano la parola galera alla galea, la celebrata nave romana, nonché i titoli dei romanzi di Vigano e Hugo¹ letti al liceo, mentre con passi cauti e misurati procedevo lungo la discesa innevata di fresco che conduceva alla sede di canottaggio, prospiciente il castello del parco del Valentino.
Motto Armida
 
Fortiter et constanter recita l’insegna, che campeggia con vanto all’ingresso del circolo, e con forza e costanza ci predisponemmo alla corsa pomeridiana, lasciando dietro di noi orme scure come il crepuscolo che avvolgeva il viale alberato. Le impronte intaccavano il nitore del manto nevoso formatosi poche ore prima, dandogli un aspetto maculato come il pelo di un cane Dalmata. Le luce dei lampioni brillava fulgida tra i fiocchi di neve e lo scintillio delle scaglie di ghiaccio che precipitavano come frantumi delle turgide e plumbee nubi. 
 
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