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Un microscopio per vedere il futuro

Microscopio

 
IL DOMANI
 
L’oncologia
ha bisogno di occhi
sempre più acuti
per stanare
l’evoluzione del male
 
Inganni, mascheramenti,
trasformazioni, insidie,
complicità…
 
 
Di: Davide Deangelis
 
Inganni, mascheramenti, trasformazioni, insidie, complicità…se non stessimo parlando di una patologia severa, che colpisce milioni di persone nel mondo ed è coeva all’uomo stesso, il processo di tumorigenesi e i meccanismi di resistenza al sistema immunitario dell’organismo ospite evocherebbero più gli intrighi deplorati nelle Catilinarie o nelle tragedie shakespeariane piuttosto che le regole biologiche dell’oncologia molecolare. E non ci sentiremmo in colpa se, guardandoli al microscopio, questi comportamenti cellulari, indotti da proteine ormai danneggiate e alterate, ci sembrassero affascinanti. In effetti, nel corso dell’ultimo cinquantennio la ricerca oncologica ha prodotto continuamente nuove acquisizioni scientifiche, attingendo da più discipline: istopatologia, embriologia, immunologia, genetica…Rendendo la cancerologia una materia complessa e in continua evoluzione.
 
Limitandoci ad analizzare, anche solo superficialmente, i meccanismi che interessano la fagocitosi, ossia quel processo di ingestione dei microrganismi patogeni e la loro relativa disintegrazione ad opera dei fagociti, le cellule immunitarie deputate aSiringa questo compito, non possono non sorprenderci le manovre di evitamento e camuffamento che le cellule tumorali sono in grado di attuare per sfuggire al controllo immunitario. arresti e persino scorciatoie.
Sebbene i proclami della lotta contro il cancro inducano a ritenere che proprio dal potenziamento delle difese immunitarie giungano le nuove armi da utilizzare in questo duello ancestrale, i meccanismi molecolari di come questo avvenga in condizioni patologiche, in quello che viene chiamato microambiente tumorale, sono ben lungi dall’essere compresi e assodati. Perché infatti una tipologia di cellule, selezionate filogeneticamente per aggredire qualunque insulto esterno, rappresentato da un agente patogeno battezzato come “no self”, ossia estraneo, non intervenga per eliminare cellule anomale o perché la naturale “xenofobia” immunitaria non predisponga delle contromisure per difendersi da queste cellule diverse e fuori controllo rimangono interrogativi su cui si gioca gran parte della futura ricerca sull’immunoterapia, rispondendo ai quali forse si potranno risolvere i quesiti da un lato ancora aperti sulla genesi tumorale e dall’altro sul potenziamento degli effetti terapeutici degli anticorpi monoclonali e della cosiddetta target therapy (terapia a bersaglio mirato). 
 
Risalgono al 2011 le prime applicazioni terapeutiche di anticorpi antagonisti di determinati recettori di membrana, proteine specifiche capaci di connettere altre strutture molecolari compatibili, come tessere complementari di un puzzle. Vantano nomi impronunciabili, quasi scelti da Camaleontequalche dispettoso paleontologo per identificare nuovi fossili di dinosauri: ipilimumab, nivolumab, avelumab…e molti altri. Tutti silenziosi custodi di una desinenza comune, -ab, che suggerisce la loro azione mediante l’uso di anti-body (anticorpi, in inglese). Già l’inglese. La ricerca di articoli scientifici soprattutto in questo settore parla solo la lingua d’oltremanica, inevitabilmente, così come bisogna rassegnarsi ai meccanismi di interazione tra sostanze inibitorie o eccitatorie, tipiche della endocrinologia, che hanno analoghi nelle diadi amico-nemico delle teorie polemologiche del giurista Schmit. Allo stesso modo in cui il nemico del mio amico diventa in guerra un mio nemico, o l’amico del mio nemico risulta un suo cobelligerante o ancora il nemico del mio nemico può divenire un mio alleato, così inibire una sostanza inibitoria equivale a produrre un’eccitazione. Queste precisazioni cervellotiche servono per spiegare come gli anticorpi agiscano per stimolare la risposta immunitaria innata, cioè la fagocitosi su accennata. Intercettando i recettori esposti sulla superficie delle cellule tumorali, che hanno la funzione di legare i macrofagi, sorta di globuli bianchi vigili e spazzini, e inibendoli, gli anticorpi li liberano da questo rapporto che Freud avrebbe definito “castrante”, restituendoli alla loro programmazione difensiva.
L’astuzia del cancro è infatti quella di fingersi amico delle cellule atte al controllo e sfuggire all’immunosorveglianza. Sono molteplici le sue Gufo Mimeticostrategie d’evasione: dall’inganno dei globuli bianchi rilasciando segnali don’t eat me (non mangiarmi) alla loro riprogrammazione e asservimento; dalla loro inattivazione diretta all’interruzione della cascata infiammatoria con la dismissione di sostanze che depotenziano la risposta immunitaria. Come le cause della malattia tumorale sono multifattoriali, così lo sono i meccanismi con cui essa svia e si svincola dall’aggressione delle nostre difese.
Per tale ragione anche l’approccio terapeutico dovrà essere multimodale, oltre che ricorrere alla chirurgia, impiegare -dove indicato- radio e chemioterapia, insieme a farmaci che potenzino le difese immunitarie e supportino le riserve energetiche dell’organismo ospite, ossia la persona malata. Senza dimenticare uno sguardo multidisciplinare che consenta la presa in carico del paziente in modo globale e per quanto possibile onnicomprensivo delle sue istanze di salute. Insomma, se la tumorigenesi si dimostra sempre più intricata, nonostante, e paradossalmente, grazie alle nuove scoperte che ridefiniscono pregresse teorie con nuovi modelli biologici, essa si dimostra la strada da perseguire concettualmente, perché rappresenta la scaturigine di tutto il processo neoplastico, cui si rischia di intervenire quando le condizioni cliniche risultano meno vantaggiose o comunque si è già installato quell’innesco elusivo ed escapistico che contraddistingue il fenomeno tumorale.     
 

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