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Maradona, angelo o diavolo?

Maradona Adios

 
IL QUADRETTO

Di: Gianni Romeo

La  morte
del campione del calcio
ha monopolizzato
l’attenzione del mondo
non soltanto sportivo
a fine 2020.
 
 
 
Il settimanale Time ha battezzato il 2020 <l’anno peggiore di sempre>.
Quando stavano ormai scorrendo i titoli di coda in attesa di un 2021 migliore ecco un nome, anzi un cognome, che polarizza l’attenzione di milioni, forse miliardi di persone:  Maradona. Le prime, le seconde, le terze pagine dei quotidiani, i servizi speciali delle tivù, i social, le chiacchiere non hanno altro riferimento: Maradona.
Cosa rappresenta quel nome? Aveva scoperto il vaccino della pandemia che sta  mettendo a terra un mondo già in ginocchio? Aveva trovato una magia per combattere la fame? No. Diego Maradona, un ex giocatore di calcio, sessant’anni, era morto nella sua Buenos Aires. Aveva appeso le scarpe al chiodo, come si usa dire in gergo, alla fine del secolo scorso ormai, ma non era stato dimenticato. Perché era (stato) Maradona.  Quell’omino alto un metro e 65 forse nemmeno abile al servizio militare diventava un giocoliere, un magico prestigiatore quando aveva il pallone da calcio fra i piedi.  Circondato da tanti avversarti diventava un folletto, un ballerino dalle giravolte imprevedibili. La porta avversaria era sempre spalancata per lui, i suoi tiri arrivavano micidiali. Un ricordo per tutti: a Napoli, 20 ottobre 1985, segnò al Verona campione d’Italia un gol  da metà campo, quasi da 50 metri. Giuliani si era spinto a fare da vedetta fuori dai pali, Maradona con il suo occhio da falco fotografò la situazione e colse l’attimo, il tiro salutò il portiere dall’alto della sua parabola.
La storia del Maradona calciatore è stata più lunga di un lungo libro, e infatti molti ne vennero scritti e stampati, per raccontare una carriera sportiva partita dalla sua Argentina per approdare a Barcellona. Poi il delirio di folla a Napoli, la <sua> Napoli, e altro ancora. Come il titolo di campione del mondo, anno 1986. Oggi Maradona Pelepiù che mai, dopo la morte, suona una domanda. È stato, è il calciatore più grande della storia? Oppure bisogna votare Pelè, il brasiliano tre volte campione del mondo dal 1958 al 1970? Il sottoscritto in questi casi non vota. Sono domande senza risposta quelle che cercano di confrontare sportivi di epoche differenti, con avversari differenti, modi di fare sport differenti. Meglio nel ciclismo Fausto Coppi o Eddy Merckx? Meglio nell’atletica Livio Berruti o Pietro Mennea?  E quanto pesano negli sport di squadra i compagni che hai attorno? Pelè era giocatore totale, completo, fisico di cilindrata superiore, gol di testa, di piede, di forza; Maradona più geniale, più imprevedibile, più spettacolare. E si è confrontato con il calcio europeo, il più difficile, mentre Pelè non si è mosso dal suo Brasile. Cediamo la parola a Josè Altafini, che al fianco di Pelè giocò e vinse il Mondiale di Svezia 1958, poi ha seguito per anni Maradona come commentatore: <Voto Pelè, per le sue doti fisiche e le qualità morali>.
 
Qui si tocca un altro tasto. Il discorso su Maradona non è completo se non si affronta il rovescio della medaglia, una storia parallela che non ci fa partecipi dell’eccitazione creatasi alla sua morte. Anche questa storia va conosciuta. L’hanno chiamato Dio, soprattutto in questa occasione, c’è stato un Grazie in prima pagina su un importante quotidiano nazionale, una vistosa pubblicità per lanciare un libro a lui dedicato recitava: al nuovo dio. Questa volta, con maggior buon senso, hanno usato la minuscola…
Il Barcellona (annusava già puzza di bruciato?) aveva ceduto a suo tempo, giugno 1984, il quasi fenomeno al Napoli. E nella capitale del Sud, dove la gente è sempre alla ricerca di un san Gennaro cui chiedere miracoli, Maradona il miracolo l’aveva in effetti regalato con i primi e finora ultimi due scudetti tricolori. Come ai poveri argentini delle favelas, ai quali aveva fatto dono del campionato mondiale. Anche se… Domenica 22 giugno 1986, quarti di finale di Coppa del mondo a Città del Messico, non esistevano ancora i supporti tecnologici, il gol decisivo (di mano!) contro l’Inghilterra che aveva aperto la strada verso il titolo era diventato la mano de dios, non un abile ma vergognoso furto.
A Napoli, Maradona non sfuggiva alle tentazioni, donne e vizi assortiti, senza i quali chissà quanti altre prodezze avrebbe regalato ai tifosi. In quell’ambiente particolare, oltre a coltivare e non nascondere amicizie equivoche ha dribblato tanti comportamenti corretti. Quale esempio è stato per i tifosi, per i giovani? Eppure viene celebrato come un eroe, a Napoli gli intitolano lo stadio, gli erigeranno una statua. È il caso di andare in pellegrinaggio ad adorarla?
Se merita un’indulgenza è perché non si è mai nascosto. Ricordiamo le sue parole di molti anni fa (2008) tratte da un documentario-intervista di Emil Kusturica: <Io sono la mia colpa. Sapevo che sarei diventato un grande calciatore, non sapevo che sarei diventato schiavo della cocaina>. Ha sempre parlato chiaro a se stesso, agli ipocriti, ai conformisti.
Non è stato né un angelo né un diavolo. È stato Maradona.
 

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