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L'ultima corsa di Donato Sabia

Donato Sabia 

IL QUADRETTO 

Di: Gianni Romeo
 
 
Per due volte
finalista olimpico
negli 800 metri,
muore per l’epidemia
dopo aver assistito
fino all’ultimo il papà.

 

Nel mare agitato di questi tempi pescare una piccola storia significa sempre trovare una grande storia. La nostra narra di un ragazzo del profondo Sud al quale madre natura ha regalato garretti d’acciaio, un motore extra, volontà di ferro. Il ragazzo corre, corre.
 
Papà, un impiegato di Potenza, mamma casalinga, bisogna arrivare alla fine del mese senza sprecare, non ci pensa due volte: vai, gli dice, non fermarti più. E il ragazzo sposa l’atletica. Vince le campestri, vince i Giochi della Gioventù, a soli vent’anni conquista il titolo italiano degli 800 metri, una specialità definita mezzofondo veloce perché non è più sprint e non ancora fatica lunga, una gara frizzante, velenosa, che si esaurisce in meno di 2 minuti e va interpretata con arte, astuzia, dinamite. Le sue tappe lo portano a Formia, la scuola d’eccellenza dell’atletica italiana dove trova il migliore, un docente come Carlo Vittori, che intuisce presto le sue qualità.
 
Nel college, l’ambiente è oscurato dal clima teso che il campionissimo dell’epoca Pietro Mennea ha bisogno di respirare, dalle eccessive manifestazioni del proprio io di Pavoni e Tilli, dallo stesso Vittori che per tenere a bada tutti è costretto a essere più burbero di quello che già madre natura gli ha dato di suo. Il ragazzo si chiama Donato, nome azzeccato, l’educazione gli ha donato capacità di riflessione e pazienza. Parla poco, in quel parterre è più spettatore privilegiato che non attore. Gli vogliono tutti bene, tutti lo lasciano in pace senza sottoporlo alla goliardia imperante nelle lunghe sere in cui prima o poi a ciascuno tocca essere vittima di qualche innocente scherzo. Si allena, si allena, si allena. Forse troppo? Vittori è un maestro capace e crudele, sceglie la via del rischio calcolato, chiede tutto al giovane che arriva da Potenza, crede in lui.
 
L’anno seguente è il 1984, targato Olimpiade di Los Angeles. Donato è quasi uno sconosciuto fra le stelle del mezzofondo, ma stupisce il mondo. Si guadagna la finale degli 800 metri dopo tre turni asfissianti, una gara al giorno, i tendini cominciano a protestare, soffre, combatte, è Donato Sabia 2quinto a tre metri dalle medaglie, quinto al mondo a 21 anni. Ci riprova 4 anni dopo, Olimpiade di Seul. Anche questa volta approda nel club degli otto eletti, la sera prima della finale dorme in compagnia delle borse col ghiaccio che tentano di placare i morsi di quei tendini sempre più usurati. In ogni caso è settimo.
 
Nel frattempo, fra il 1984 e il 1988, non aveva dormito: un titolo europeo sui 400 metri, un record mondiale sui 500, un limite eccellente sugli 800, dove pareggia il record del fenomeno Fiasconaro (1’43’’88). Quando deve arrendersi agli infortuni accetta la sua parabola sportiva come un dono, senza rimpianti. Va a fare l’allenatore a Malta, porta due giovani alle Olimpiadi del 2000; più avanti la sua città, Potenza, si ricorda di quel figlio dell’atletica e gli offre un ruolo all’assessorato alo sport.
 
E ora la storia d’oggi. L’epidemia Covid ghermisce i genitori, più grave il papà, Donato non lo molla, lo conforta. Inutilmente sua moglie Daniela,Donato Sabia 3 le figlie Chiara, 20 anni e Ilenia, 17, gli raccomandano prudenza. Non può abbandonare l’uomo che gli aveva detto vai, corri. Papà muore. Pochi giorni dopo tocca a lui.
 
Donato Sabìa muore a Potenza mercoledì 8 aprile, a 56 anni. Nome e cognome resteranno sempre scritti negli annali dello sport. E non solo.
Ha voluto disputare fino in fondo la sua ultima corsa.
 

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